Quando Ferrari mi cacciò dal suo ufficio: gli avevo ricordato che il “signor Piero” era suo figlio

enzo ferrari.jpgEra un giorno di primavera, se non ricordo male dell’anno 1979, quello del mondiale di Scheckter. Dopo aver pranzato al Cavallino, ospite di Enzo Ferrari, ero seduto davanti alla scrivania del Drake. Chiacchieravamo amabilmente, Ferrari era contento perché la stagione stava promettendo bene. Ad un certo punto entrò un uomo, grembiule blu da operaio, magari caporeparto. Ingegnere – dice l’uomo – c’è quella partita di pistoni: dove li mettiamo? Risposta di Ferrari: lo chiedo al signor Piero. Ricominciamo a parlare e dopo un’altra decina di minuti la processione riprende. Uomini in grembiule azzurro, forse capireparto, con un qualcosa da chiedere. E Ferrari, sempre con la stessa risposta: lo chieda al signor Piero.

Io sapevo benissimo chi fosse il “signor Piero“, ma ero un giornalista birichino. Così, con viso innocente, chiesi: scusi ingegner Ferrari, ma chi è questo signor Piero? E li Drake: come sarebbe a dire chi è, è mio figlio. E io ancor più seraficamente replicai: e allora, invece di dire ‘lo chieda al signor Piero’ perché non dice ‘lo chieda a mio figlio’? Frittatona. Ferrari scattò, cominciò a urlare: come si permette di entrare nei miei affari privati? se ne vada, non si faccia più vedere. Le parole che usò furono altre, ovviamente, perché Ferrari era uomo passionale e molto crudo nelle sue espressioni. Me ne andai, magari un po’ soddisfatto di averlo fatto arrabbiare. Non ricordo, però.

Passarono due mesi, per sapere qualcosa sulla Ferrari telefonavo a Franco Gozzi, eminenza grigia di Maranello, ufficialmente capo ufficio stampa. Una mattina, in redazione, suonò il telefono. Dall’altra parte la voce inconfondibile dell’ingegnere che diceva: vieni a mangiare al Cavallino domani così facciamo due chiacchiere. Non è bello che stiamo litigati. Andai e dopopiero.jpg il pranzo sedemmo nel grande ufficio con la scrivania colma di agende: dentro, mi disse Ferrari, c’era tutta la sua vita scritta con inchiostro viola, quello che lui preferiva. Ad un certo punto, la processione che s’era interrotta due mesi prima ricominciò. Persone in grembiule azzurro, forse capireparto, che chiedevano: ingegnere è giunta una partita di bielle, dove le faccio mettere? Risposta: lo chieda a mio figlio. Cinque o sei così, la risposta era sempre: lo chieda a mio figlio. Poi Ferrari mi guardò, allargo la bocca in un sorriso che pareva un ghigno, e disse: sei contento, adesso? Grande.

Quando Ferrari mi cacciò dal suo ufficio: gli avevo ricordato che il “signor Piero” era suo figlioultima modifica: 2010-06-01T18:40:00+02:00da ulissefidanzati
Reposta per primo quest’articolo

3 pensieri su “Quando Ferrari mi cacciò dal suo ufficio: gli avevo ricordato che il “signor Piero” era suo figlio

  1. La storia della Ferrari di quegli anni è sintomatica di un’epoca fantastica ed irripetibile che non ci accorgevamo nemmeno di vivere; e così era in tutti i campi dell’imprendotoria italiana. Uomini come lui hanno fatto la storia e ci hanno dato l’eccellenza ed il vanto di essere Italiani. Speriamo che ne possano nascere ancora !

  2. Amo la Ferrari da sempre…avevo i calzoni corti e amavo la Ferrari, oggi ho i capelli bianchi e amo la Ferrari, ancora e piu di prima, per tutto quello che rappresenta. Una storia di passione, ardimento, tenacia, genio, dedizione per il lavoro, per la propria terra, per le proprie origini. Uno scalpellino emigrato negli USA rispose ad un altro emigrante che lavorava con lui negli Studio’s e che lo sbeffeggiava per il lavoro che faceva ” Io sono il figlio dei figli dei figlii dei figli di Leonardo, Michelangelo, Raffaello…tu di chi sei figlio dei figlii, dei figli, dei figli ?”…Ecco, penso che dietro quel genio di Enzo Ferrari ci fosse appunto questo orgoglio di sentirsi figlio dei figli dei figli dei figli di Leonardo, Michelangelo, Raffaello…..

I commenti sono chiusi.