Quando il magistrato giudica male un omicio commesso da un ubriaco al volante

darwin_lupinetti.jpgA volte il magistrato, che deve giudicare un incidente stradale con morto, può sbagliare. Il caso che mi segnala Giordano Biserni, presidente dell’Asaps (Amici sostenitori Polizia Stradale, sodalizio benemerito per la sicurezza) ha dell’incredibile. Il Tribunale di Teramo, che ha accolto la richiesta di patteggiamento dell’automobilista in stato di ebbrezza che, la sera del 22 aprile 2010, travolse e uccise Darwin Lupinetti (foto), Vigile del Fuoco di 34 anni, accanendosi poi a calci sul corpo morente del giovane pompiere. Il conducente è stato condannato a 8 mesi di reclusione per l’omicidio colposo, 40 giorni per la guida in stato di ebbrezza, 800 euro di ammenda, pena sospesa e non menzione. “Le decisioni dei giudici sono sempre da rispettare – spiega Biserni e io sono del suo parere – ma non si riesce a comprendere come sia possibile attribuire una pena così modesta per una condotta così grave, dal punto di vista comportamentale. L’investitore era in stato di ebbrezza e prese a calci la vittima dello scontro”. La cronaca locale, nei giorni successivi, spiegò che i calci non furono causa di aggravamento della patologia traumatica che condusse alla morte Lupinetti: ma un conto è una rapina a mano armata commessa con un taglierino un altro è avere in mano un Kalashnikov.

Biserni rammenta che a Firenze, l’agente di Polizia Municipale che nell’aprile 2009 investì e uccise con l’auto di servizio una ragazza in motorino, è stato condannato a 2 anni e 8 mesi: le sue colpe sarebbero state quelle di attraversare un semaforo rosso senza accertarsi che gli altri mezzi concedessero la precedenza e senza fare uso continuativo della sirena.

Perché il minimo della pena? Quale differenza, nella sua condotta, con quella di una persona che, pur avendo provocato l’incidente mortale si sarebbe fermata a soccorrere la vittima, magari tamponando un’emorragia, praticare la rianimazione, chiamare i soccorsi o, anche, restare immobile? Se si fosse comportato umanamente, sarebbe stato messo sullo stesso piano?  Se i calci ne avessero provocato la morte, lo avrebbero condannato ad una pena non inferiore a 21 anni: perché questa forbice?

“Si attendono le motivazioni della sentenza per meglio argomentare la nostra posizione ma ad oggi non capiamo dire – conclude il presidente dell’Asaps –. Possiamo solo che secondo noi la Legge dovrebbe anche rappresentare un’occasione, per il popolo, di ricordare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Così, invece, il popolo non ci capisce più niente”.

E, francamente, neppure io. Perché in tal modo i giudici possono passare per colore che, generalizzando come spesso il popolo è costretto a fare, liberano i mascalzoni che la polizia mette in galera.

 

 

 

Quando il magistrato giudica male un omicio commesso da un ubriaco al volanteultima modifica: 2010-11-07T14:11:13+01:00da ulissefidanzati
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2 pensieri su “Quando il magistrato giudica male un omicio commesso da un ubriaco al volante

  1. A questo articolo vorrei rispondere con una domanda, nella magistratura le condanne hanno un limite minimo o massimo in base alla gravita’ oppure il giudice può insindacabilmente decidere come più gli aggrada? In questo articolo hai evidenziato perfettamente lo stato di gravità che in un incidente mortale definito colposo ed un incidente sempre mortale ma in stato d’ebrezza per me definito premeditato.

  2. Un grazie a questo blog che propone una delle problematiche più gravi e
    purtroppo irrisolte della vita civile italiana.
    Questo caso è uno dei tanti (decisamente troppi) in cui i cittadini non comprendono quale ragionamento o diciamo semplicemente quale logica sia alla base di una sentenza.
    Le motivazioni,in casi di frequente manifestazione e di pubblico interesse come questo in oggetto,dovrebbero essere rese pubbliche e il magistrato (i mezzi di divulgazione non mancano) dovrebbe spiegare i suoi perchè creando sicurezze nei cittadini e contribuendo al rafforzamento di una coscienza civica comune,anzichè disorientarli con decisioni incomprensibili.

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